
Chi mi conosce, leggendo il titolo, potrebbe pensare “ma uot de fax”. E invece, chi mi conosce veramente, sa che queste sono esattamente il genere di letture che se scritte come si deve mi fanno prendere di un bene quasi quanto il mio amato filone di letteratura post apocalittica.
Perché alla fine della fiera le religioni, in generale tutte le religioni, mi han sempre affascinato. Fin da bambino, quando consumavo le pagine delle enciclopedie a caccia di miti e leggende, dall’antica grecia ai Maya, passando per l’antico Egitto e l’India. Insomma questa cosa per cui gli uomini si devono inventare qualcosa in cui credere l’ho sempre rispettata un sacco e allo stesso tempo osservata. Anche qui, un sacco. Osservare a volte porta a capire, non necessariamente la “verità”, ammesso ce ne sia una, ma quantomeno le ragioni che stanno dietro a certi punti di vista.
Il mio rapporto con la religione Cattolica sarebbe un tema di discussione che non ha molto senso tirar fuori in una recensione, basti sapere che rispetto a tutte le altre in cui mi sono imbattuto, il punto di partenza è stato sicuramente uno scoglio difficile da superare. Ovvero il limite intrinseco del rifiuto sistematico, che innegabilmente viene fuori davanti a quelle pratiche che ti sono imposte fin da piccolo per il semplice motivo che sei nato in un certo paese, in un certo contesto, in un preciso momento storico.
Non avevo mai letto nulla di Augias, personaggio che come pochi posso dire di stimare “alla grandine”. Apprezzato nelle sue trasmissioni e in generale nei suoi interventi come “figura pubblica”. Molti lo definirebbero “uomo di altri tempi”, a me queste frasi han invece sempre saputo molto di un bel “laviamoci la coscienza e continuiamo a fare schifo”. Augias è ciò che un uomo o donna, di qualsiasi tempo, dovrebbe essere: una persona in grado di discutere in maniera sana e posata su argomenti di cui ha conoscenza, pronto in ogni caso ad ascoltare tutti quelli in grado di potergli offrire delle nozioni su quelle tematiche di cui è in difetto.
Le persone curiose le riconosci lontane un miglio e Augias, fatemelo dire, è esattamente quel genere di persona. Per cui è stato con molto piacere che, trovandomi sottomano questo titolo, non ho pensato un nano secondo a dirmi “Vai e leggi”. Tanto più che qui si parlava, appunto di una tematica che in altri libri o film mi è capitato di approfondire finendo sempre coinvoltissimo.
“Le ultime diciotto ore di Gesù” è un romanzo che a cavallo fra la narrazione e la storiografia disponibile cerca di ricostruire il processo di eventi che hanno portato la figura di Cristo dall’essere uno dei tanti profeti che popolavano la Giudea a finire in croce, consegnandolo a quello che per i credenti è il “compimento del suo destino di figlio di Dio” e per tutti gli altri una sorta di leggenda. Le leggende hanno questo potere di coinvolgere tutte le persone, soprattutto quelle curiose, quelle che da un lato vorrebbero cercare di capire cosa c’è dietro al “velo di Maya” delle iperboli e dall’altro sono sempre sull’orlo del subire il fascino dell’impossibile, della favola.
Augias mi stupisce. Lo fa perché mentre ero pronto ad aspettarmi uno stile (non so perché) molto ingessato, invece eccolo che tre-due-uno parte dritto per dritto con un piglio che in maniera composta ti trascina subito nella sua idea di racconto. Quella di un’osservatore esterno che cerca di raccogliere i pezzi di un puzzle a cui tanti (troppi) han contribuito, per restituire un romanzo che non ha pretese storiografiche, assolutamente, ma cerca di rispettare e porre in una prospettiva storica quella storia che mille volte ci siamo sentiti raccontata. Fin da subito l’atmosfera mi ha portato alla mente quel bellissimo film che è “L’Inchiesta” di Damiano Damiani. La passione di Cristo diventa così un tema da analizzare con un’ipotetica lente d’ingrandimento che mostra tutte le contraddizioni e le fratture all’interno di un popolo oppresso, quello ebraico, e di una società in piena epoca imperiale come quella romana.
Gesù in tutto questo racconto diventa centrale solo nella misura in cui è il soggetto principale degli eventi, mentre i veri protagonisti sono i personaggi del “coro” che lo porterà fin sulla famosa croce. Da una parte il sinedrio dei sacerdoti che, con a capo Caifa, lo porteranno davanti alla giustizia di Roma e dall’altra quel Ponzio Pilato diventato famoso per il gesto (ampiamente romanticizzato) della sua “lavata di mani”. Il tutto passando per una folta selva di altri personaggi che vivono a cavallo di questi due mondi contrapposti, mettendone ancor di più a nudo, se possibile, le ipotetiche responsabilità.
Non voglio dilungarmi ulteriormente, comunque il libro merita un sacco e ve lo consiglio. La chiudo con una battuta che ho letto in una recensione che un tizio aveva scritto sulla Bibbia e che mi ha fatto sempre ridere. Ovvero “Spoiler: alla fine Gesù muore”. Finirò all’inferno.