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Ctrl+Alt+Atteso: Sventura

Ctrl+Alt+Atteso: Sventura

Ctrl+Alt+Atteso, ovvero “Sventura”, il seguito di “Dannazione” di quella vecchia volpe che risponde al nome di Chuck Palahniuk.

Detto che adoro il modo di scrivere del buon Palahniuk, non l’ho mai reso esente dal mio personalissimo tribunale alla santa inquisizione letteraria. Per questo in passato l’ho proprio un po’ messo idealmente alla gogna per l’anonimo “Senza Veli”. Sono solito arrivare alla fine di un libro e giudicarlo da quante volte la mia matita si è alzata andando ad annotare dei passaggi sul bordo, un po’ come Madison ritrova nel suo volume del “Beagle”. Grazie al cielo nel mio caso non ci sono fluidi strani e/o forme in mezzo alle pagine, però devo dire che come in “Dannazione” il tentativo di Chuck è di riprendersi un po’ dalla sbandata che gli avevo imputato con la “pietra della discordia” prima menzionata.

Chi si è ben abituato con i suoi vecchi libri, ovviamente, troverà tanto in “Dannazione” quanto in “Sventura” quel qualcosa in meno che non si riesce neanche a spiegar bene a parole (nel mio caso). Come a chiedersi se nella pasta ci si è dimenticati di mettere il sale e si arrivi ogni volta ad assaggiarla con la titubanza di chi non riesce bene a rendersi conto di cosa sta sottoponendo all’analisi delle proprie papille gustative.

Ecco lo stile è il suo: sferzante, ironico al vetriolo, dalle situazioni paradossali e portate all’estremo di una verosimiglianza da favola dark. Mi mancava sinceramente leggere le frasi che al pari di certi modi di stendere il colore fanno di alcuni artisti il loro marchio di fabbrica inconfondibile. In questo Palahniuk a prescindere è un gran maestro: a scrivere bene possono riuscire in tanti, ad avere uno stile personale e riconoscibile, beh, per come la vedo io è prerogativa di pochi.

Si è comunque ficcato in un pasticcio mica da ridere con quest’idea di una trilogia pseudo-dantesca in cui la sua eroina Maddy parte dall’Inferno di “Dannazione” e ora affronta il Purgatorio con uno “Sventura” che amplia il cerchio e pare quasi ergersi, con i dovuti paragoni, con lo spirito che il creatore della Divina Commedia ebbe nel cercare di sottolineare in ogni canto i paradossi, le assurdità e i personaggi scomodi della propria epoca.

Sicuramente quelli di questa trilogia sono e saranno libri diversi. Sicuramente non piaceranno a molti, perchè è un Palahniuk che sembra quasi usare i suoi personaggi per raccontare qualcosa di sè, mascherato da eventi, situazioni iperboliche e denunce irriverenti. Mi auguro che con l’ultimo volume si chiuda il cerchio, per capire dove sia voluto andare a parare; intanto però tutto si può dire meno che non sia una narrativa che si scioglie sotto gli occhi e si fa leggere, si fa mangiare. Un libro che è riuscito a farmi ridere di gusto in alcuni punti, piangere in altri e, sopratutto, alzare diverse volte la mia matita per andare a segnare quelle famose frasi.