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27 Marzo 2026
Derek Raymond – Come vivono i morti

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Derek Raymond – Come vivono i morti

Qualcuno direbbe che si torna sempre sul luogo del delitto. Io dico che se un autore mi entra dentro, in maniera assolutamente chirurgica, finirò per tornare sistematicamente da lui. Abitudine? Forse. Voglia di sicurezze? Sicuramente. È che quando sei stato bene in un determinato posto, viene naturale pensare di rivisitarlo, magari per coglierne qualcosa di nuovo, di diverso.

Con "Come vivono i morti" il buon Derek Raymond,con il suo stile particolare dell'intendere il romanzo crime, ci porta dritti per dritti in una storia altamente truce ambientata a Thornhill, nella cosiddetta "english countryside". Il protagonista? È sempre il sergente senza nome, che contro tutto e tutti, forse anche sempre anche un po' contro se stesso, avanza nel fango denso e nero di cui Raymond riempie a piene mani le sue storie.

Ecco. Proprio di questo volevo parlare. Ormai sono alla terza lettura di un libro di quella che è la sua "saga della Factory" e devo ammettere che all'inizio tutta questa cappa di oscurità che accompagna pensieri, azioni e scenari in cui si muove il protagonista, l'ho trovata veramente troppo pesante. E per troppo intendo a tratti quasi forzata. Certo, ormai è lampante che questa sia esattamente la cifra narrativa con cui Raymond ha scelto di caratterizzare il suo personaggio e le sue storie, però in certi momenti ho avuto la sensazione che la mano venisse veramente troppo calcata senza alcuna reale necessità narrativa.

A parte questo, però, come sempre la storia prende e in un baleno si viene trascinati nelle pieghe contorte di quella che nasce come una denuncia di una "innocua" sparizione e finisce, piano piano, pagina dopo pagina, ad assumere i connotati di una storia più profonda, più articolata. Raymond ama moltissimo mischiare le carte e presentare delle situazioni in cui quasi sempre il concetto di "buono" e "cattivo" è una linea molto crepuscolare fra i due estremi e dove determinare vittime e carnefici è un'operazione che l'autore quasi lascia, in maniera sfrontata, all'idea di morale di ogni lettore.

La guida in tutto questo processo è sempre lui. Il sergente senza nome, che se ci fosse un campionato del mondo di stato depressivo cronico, probabilmente, vincerebbe a mani basse in ogni categoria. È con lui che scopriamo quanto marcio si possa nascondere sotto il tappeto rassicurante della quotidianità. È con lui che inizia e finisce questo ennesimo tour all'interno di un circo di eventi in cui emerge il suo talento particolare nel far venire a galla la verità. Con ogni mezzo e con quel suo piglio da personaggio di un film di Guy Ritchie che ormai mi ha definitivamente conquistato.

Continuerò a leggere quel che manca per completare il ciclo della Factory? Assolutamente sì. Perché ormai Derek Raymond è diventato il mio luogo fidato verso cui ritornare, se si ha voglia di una bella storia noir e di un personaggio fuori dalle righe.

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