
Conoscevo la Francesca Mannocchi giornalista, decisamente non conoscevo la Francesca Mannocchi scrittrice, cosa che è stata possibile grazie ad un regalo ricevuto sotto l’albero. Questo libro, appunto. È da ieri sera, quando sul mio solito treno-tran-tran pendolare sono arrivato all’ultima pagina, che si affollano in testa diversi pensieri e diverse riflessioni. In realtà è un processo iniziato fin dal primo momento in cui ho iniziato a leggere questo “Bianco è il colore del danno”, perché è un libro che sotto moltissimi punti di vista mi ha sentito “tirato dentro”, quasi chiamato forzatamente in causa per interposta esperienza di vita. Ed è stato strano. È stato il segnale che mi ha fatto capire che dovevo andarci cauto, con la lettura. Non abbuffarmi ma leggere, trattenere (o asciugare) in diversi punti le lacrime e lasciare che le parole sedimentassero. Per questo è difficile scrivere di questo libro, com’è difficile scrivere di tutti quei libri che mi sono non solo piaciuti, ma hanno saputo toccare delle corde personali, quelle che vibrano quando ti stupisci nel vedere scritto nero su bianco qualcosa che hai sempre pensato abitare esclusivamente nelle tue stanze private.
Siamo in un’epoca particolare e forse quelle che seguiranno sono solo riflessioni di un millennial che nell’immaginario collettivo sta per diventare un meme di sé stesso. Ma siamo in un’epoca, appunto, in cui ovunque assistiamo alla necessità di raccontarsi, di condividere-sempre-e-comunque, di ispirare e far vedere come gli altri ci ispirano, di mostrarsi. Un processo di delirio collettivo in cui molte volte la sensazione è quella di stare dentro ad una stanza in cui tutti ad alta voce urlano la rivendicazione della propria narrativa, dove la narrativa è sempre costantemente ad uso e consumo dell’altro. Dove comanda il pubblico. Dove è proprio il tuo pubblico a contribuire a definirti. Dove la parola “autentico” è molto spesso un semplice hashtag usato ad arte per cercare di vendersi meglio. Vendere meglio. Cosa? Un prodotto. La propria vita. Le proprie idee. La propria identità faticosamente costruita a colpi di share.
Fine del delirio. Torniamo alla Mannocchi. Ma non dimentichiamoci mai di quest’epoca, perché raccontare, raccontarsi, sapersi raccontare e saper raccontare anche una malattia, è forse oggi più che mai un esercizio difficile. Un equilibrismo in costante pericolo di caduta nell’autoreferenzialità, nel pietismo, nel wannabe-life-coach, nel brand-selling. Dove il brand sei tu e ciò che vendi è la rivendicazione delle tue scelte di vita come forma di validazione.
Francesca Mannocchi in “Bianco è il colore del danno” non fa nulla di tutto ciò. Zero assoluto. Si racconta e ci racconta con parole in cui si avverte la ponderatezza del loro peso specifico in maniera autentica, diretta, come se ci si trovasse in una discussione faccia a faccia. Parole in cui al centro della narrazione c’è una vita, la sua, diverse esperienze, le sue, fra cui anche quella della malattia. Qual è il peso della malattia in questo libro? Il peso che è insito nel titolo stesso, quello del danno. Un danno, quello della scoperta della sclerosi multipla, che diventa centrale solo per la sua azione dirompente di catalizzatore. Nessuna spettacolarizzazione del dolore. C’è spazio per la paura, per i dubbi, per ciò che dice la mente razionale e ciò che la mente emotiva, in agguato, è pronta a mettere in discussione contro ogni logica. C’è il rifiuto, c’è l’accettazione, c’è il racconto di un percorso a ritroso alla ricerca impossibile dell’origine del “danno”, per finire in un processo di auto-analisi del proprio passato, della propria persona, della propria famiglia.
Oltre all’età anagrafica, pagina dopo pagina, mi rendo conto di condividere con la Mannocchi dei pensieri, dei momenti, delle esperienze, che giacevano confinate nel mio vissuto di essere umano cresciuto a cavallo fra gli anni ’80 e ’90. Quelle particolari idiosincrasie verso il modo di vivere di gran parte dei miei coetanei molte volte vestite come una lettera scarlatta, più come come un’affermazione orgogliosa di identità. Quelle fratture e quel lessico famigliare che dalle parole si riverberava in gesti o in mancanze, in cui molte volte capire come l’amore possa avere diverse forme e manifestazioni è più un atto di fede che di lucida consapevolezza. È stato strano, toccante, riconoscersi in molte delle parole che ho avuto modo di leggere. E l’ho fatto senza sentirmi per questo “in difetto”, perché consapevole che quel che stavo leggendo non era tanto un diario di una malattia, bensì uno scorcio autobiografico di ciò che un “danno” è arrivato a mettere in moto.
Il danno diventa così l’elemento che sconvolge e smuove. Quello che azzera le concezioni di spazio e tempo e proprio per questo porta in seno l’esigenza di reclamarne di nuovi, di diversi. In dimensioni di cui si è forse meno padroni ma non per questo meno consapevoli.